L’arco narrativo senza precedenti delle tre carriere di Michael Jordan

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Michael Jordan non ha semplicemente appeso le scarpe da ginnastica al chiodo. Li ha tolti, li ha messi in una scatola e poi li ha rimessi tre volte separate.

La prima volta che la leggenda dei Bulls se ne andò fu nell’ottobre del 1993. Si era appena assicurato il suo terzo titolo NBA consecutivo con Chicago. Il dominio era assoluto. Ma per lui il gioco aveva perso la scintilla. Ha scambiato il legno duro con il diamante, giocando a baseball nella lega minore per una stagione. È stata una svolta che ha sorpreso tutti.

Poi è arrivato il ritorno. Marzo 1995. Una criptica conferenza stampa di una sola parola. “Indietro.” Era tornato in viola e rosso. I Bulls erano ancora bravi, ma l’aura era cambiata. Ha dovuto guadagnarsi di nuovo l’hype.

Questo sforzo culminò con il secondo annuncio di ritiro nel 1998. Il quarto campionato. Il quinto titolo. Il sesto e ultimo squillo con Chicago. Le tre torbe erano complete. La Giordania aveva finito. Per davvero questa volta.

O almeno così sembrava.

A 38 anni, la voglia di competere è diventata eccessiva. Non poteva stare lontano. Jordan firmò con i Washington Wizards nel 2001. Non si trattava più di titoli. Si trattava di dimostrare che poteva ancora giocare, anche se il suo corpo stava crollando. Si è vestito per due stagioni a Washington. Le statistiche erano più basse. I giochi erano più difficili.

Nel 2003 l’era finì per l’ultima volta.

La storia di Jordan non riguarda solo i sei anelli. Riguarda il coraggio di andarsene, la grinta per tornare e la volontà di affrontare l’obsolescenza a testa alta. Ha giocato in un’epoca diversa per i Wizards. Il gioco si era evoluto. Era una reliquia con l’ego di una superstar.

La maggior parte degli atleti teme la fine. Jordan lo ha invitato. Poi lo ha spedito a fare le valigie. Poi lo riportò indietro un’ultima volta.

Perché continuava a tornare? Erano i soldi? La fama? No. Era il vuoto. Il silenzio che segue l’apice del successo. Il Giordano lo riempì ancora e ancora finché il pozzo non si prosciugò.

Gli anni dei Wizards vengono spesso trascurati. I critici li hanno definiti una trovata pubblicitaria. Un giro d’addio. Ma vederlo lottare in quelle partite mostrava qualcosa di crudo. Non stava dominando. Stava sopravvivendo.

Quel ritiro definitivo nel 2003 ha chiuso il libro. Non ci sono stati più resi. Niente più note criptiche. Solo l’eredità, consolidata dall’enorme volume del suo tempo sotto i riflettori.

Non giocava solo a basket. Lo ha reinventato, due volte. E poi l’ha giocato un’ultima volta come un uomo fuori dal tempo.